La cultura di stato

Sono un lettore di Rumore. Lo compro diligentemente in edicola ogni mese, almeno fino a quando non si decideranno a farne una bella versione per iPad. La prima cosa che immancabilmente leggo di Rumore ogni mese è la rubrica di Sergio “Radiogladio” Messina nell’ultima pagina del mensile; insomma, comincio dalla fine. Mi piace leggere Messina perché è una persona intelligente e nonostante la maggior parte delle volte io non sia d’accordo (o solo parzialmente) con lui, è sempre una lettura piacevole.
Nell’ultimo numero di gennaio Messina parla delle proteste contro i tagli ai fondi per la cultura. Ecco, in questo caso io non sono decisamente d’accordo con quanto scrive:
Queste persone, e questi luoghi sarebbero i miei destinatari primi di qualsiasi fondo per lo spettacolo. Perché, e mi dispiace per Brahms e Brecht, il mio cuore culturale batte altrove, e mi scoccia moltissimo dover finanziare loro e lasciare col culo nell’acqua (tanto per dire) Interzona di Verona che invece è utilissimo, urgente e soprattutto ancora in vita.
Io frequento la stessa tipologia di locali ai quali Sergio Messina fa riferimento nel suo articolo e ogni tanto vado all’Interzona dato che abito proprio a Verona e molto vicino al locale in questione. Quindi mi sento di scrivere alcune cose.
In pratica Sergio Messina fa un discorso di allocazione delle risorse e si lamenta del fatto di dover pagare coattamente attraverso le sue tasse delle istituzioni alle quali non è interessato mentre vorrebbe che i soldi fossero deviati per realtà a lui più congeniali dato che a suo avviso queste sono più importanti. Il signore che va alla Scala però potrebbe dire la stessa cosa e pretendere soldi pubblici per la sua musica. Una persona invece non interessata all’arte e alla musica avrebbe da ridire sul fatto che i suoi soldi sono utilizzati per roba della quale lui non usufruisce. Chi lo decide cosa è più importante? L’arbitrarietà delle decisioni politiche è tutta qui: si prelevano forzosamente ai cittadini dei soldi attraverso le tasse e si decide (quasi sempre anche in modo poco chiaro e interessatamente) per conto loro cosa è meglio per loro. Io sono totalmente contrario a finanziare attraverso soldi pubblici qualsivoglia istituzione culturale perché le scelte individuali di ognuno sono diverse e mi sembra, proprio come lamenta Sergio Messina, che finanziare con i miei soldi Brahms e Brecht sia una presa in giro verso i miei gusti culturali. Cosa è importante per me lo decido io e lo finanzio io di conseguenza. Invece di prelevare soldi a me e redistribuirli secondo logiche arbitrarie e che possono non piacermi, perché lo stato non la smette di finanziare la cultura e non mi preleva meno soldi in modo che io possa finanziare da me quelle istituzioni e quei locali che interessano a me? Perché lo stato invece di caricare i locali di tasse, burocrazia e norme inutili e dannose, non lascia loro respirare per vivere e promuovere cultura?
Infine, sono totalmente contrario a finanziare con soldi pubblici la cultura oltre che per una questione de schei anche per una questione di principio: che cultura e che arte sono quelle che per vivere hanno bisogno di parassitare con i miei soldi? Può essere l’arte viva, innovativa e stimolante se a fine mese tira la giacchetta allo stato per avere gli alimenti? Può considerarsi libera se dipende dallo stato e non dal volontario finanziamento di individui? Io non la voglio una cultura di stato.
Interessante questione. Anche io di principio sono contro una “cultura di stato”. Purtroppo però la realtà suggerisce un’idea spiacevole: che la cultura da sola in alcuni casi non gliela fa, e quindi deve essere “di” qualcosa. Di stato non ci piace; preferiamo “di Mediaset”? O “di Apple”? Purtroppo questi sono i termini della questione, specialmente se parliamo di cultura che ha costi di allestimento, come la lirica o, per esempio, certe installazioni.
Ovviamente il mio ragionamento è un po’ paradossale. La realtà però non è così distante: da amante degli Autechtre, non disdegnerei di finanziare anche Brecht. Mi chiedo: agli amanti di Brecht (oggi finanziati dal FUS) gliene batte qualcosa degli ottimi Autechtre?
Mille grazie dei previlegi e della lettura iniziale: “Nonostante la maggior parte delle volte io non sia d’accordo”. Ecco i miei lettori preferiti.
sì, la questione è interessante e provo a darti uno spunto in più
Cosa ne sappiamo noi degli “effetti che non si vedono” subito dovuti ai finanziamenti? Cioè, io penso che questi finanziamenti creino anche una distorsione (come sempre quando lo stato interviene, scusa ma sono un free market anarchist:) ) nell’offerta culturale e che tengano in vita situazione già clinicamente morte. Immaginiamo una situazione nella quale ogni soggetto culturale debba arrangiarsi con le sue forze: cosa succederebbe?
Secondo me entrerebbero i privati (e io non ci vedo niente di male) e i soggetti in questione muoverebbero un po’ di più il culo per stare a galla, ossia migliorerebbero la loro offerta. Probabilmente molti fallirebbero però se tra la gente c’è domanda di “cultura” in senso lato (e secondo me ce n’è in quanto abbiamo tutti più o meno la pancia piena), alla fine si giungerebbe a una situazione di equilibrio
Beh, ecco, mettiamola così: in un paese completamente affascinato dal suo (immenso) passato – a fronte di un presente deteriorato e mediocre (e a un futuro inesistente), io proporrei di utilizzare i soldi del FUS soltanto allo scopo di concimare il futuro, di scommettere sul domani. Comunque lo si intenda. E, perfino in un’ottica di libero mercato, il futuro va aiutato: o anche per i neonati vale la regola di arrangiarsi con le proprie forze?
sì, il tuo è un discorso che fila, però… perché identificare i soggetti culturali nascenti come neonati? uno che si mette volontariamente a fare qualcosa in proprio non è un neonato ma un individuo adulto vaccinato
si può discutere sugli aiuti minini (sono una persona pragmatica) però quello che io vedo adesso è un fiume di soldi dati a cazzo a seconda delle voglie politiche, e non mi piace.