La proprietà intellettuale è vera proprietà?

In quanto assiduo ascoltatore di musica, mi sono interrogato innumerevoli volte sul concetto di proprietà intellettuale riferita alle canzoni o agli album in generale. Assodato che secondo la legge vigente è reato, è però moralmente giusto che io scarichi da internet l’album X senza che l’artista Y creatore non riceva un bel niente? Mi sono interrogato innumerevoli volte ma non sono mai arrivato a una conclusione definitiva in quanto diverse considerazioni cozzano tra loro rendendomi difficile capire dove sia il principio da seguire.

Più in generale, possiamo considerare la proprietà intellettuale come vera proprietà e quindi applicarvi quei diritti di proprietà fondamentali per i libertarian? Un’idea, una canzone, una poesia, etc etc, dovrebbero godere o meno dei diritti di proprietà alla stregua di una casa, una sveglia o uno zaino? Prova a rispondere a questa domanda Stephan Kinsella con un agile libretto il cui titolo la dice già lunga sul pensiero dell’autore: Against Intellectual Property (si può scaricare liberamente in inglese qui o si può comprare in edizione cartacea in italiano qui). Il pensiero di Kinsella si può riassumere sinteticamente in questo modo: la proprietà intellettuale in realtà non è vera proprietà perché i diritti di proprietà si applicano a risorse scarse.

The function of property rights is to prevent interpersonal conflict over scarce resources, by allocating exclusive ownership of resources to specified individuals (owners). To perform this function, property rights must be both visible and just. Clearly, in order for individuals to avoid using property owned by others, property borders and property rights must be objective (intersubjectively ascertainable); they must be visible. For this reason, property rights must be objective and unambiguous. In other words, “good fences make good neighbors.”

[...] Property rights are applicable only to scarce resources. Were we in a Garden of Eden where land and other goods were infinitely abundant, there would be no scarcity and, therefore, no need for property rules; property concepts would be meaningless. The idea of conflict, and the idea of rights, would not even arise.

[...] Ideas are not scarce. If I invent a technique for harvesting cotton, your harvesting cotton in this way would not take away the technique from me. I still have my technique (as well as my cotton). Your use does not exclude my use; we could both use my technique to harvest cotton. There is no economic scarcity, and no possibility of conflict over the use of a scarce resource. Thus, there is no need for exclusivity.

Similarly, if you copy a book I have written, I still have the original (tangible) book, and I also still “have” the pattern of words that constitute the book. Thus, authored works are not scarce in the same sense that a piece of land or a car are scarce. If you take my car, I no longer have it. But if you “take” a book-pattern and use it to make your own physical book, I still have my own copy. The same holds true for inventions and, indeed for any “pattern” or information one generates or has. As Thomas Jefferson— himself an inventor, as well as the first Patent Examiner in the U.S.—wrote, “He who receives an idea from me, receives instruction himself without lessening mine; as he who lights his taper at mine, receives light without darkening me.” Since use of another’s idea does not deprive him of its use, no conflict over its use is possible; ideas, therefore, are not candidates for property rights. Even Rand acknowledged that “intellectual property cannot be consumed.”

Ideas are not naturally scarce. However, by recognizing a right in an ideal object, one creates scarcity where none existed before.

Diciamo che questo discorso mi convince, ma dal punto di vista “utilitaristico”, un mondo senza copyright potrebbe essere un mondo migliore? Dato per scontato (o almeno, per me è scontato)  che oggi assistiamo a una degenerazione folle del concetto di trademark, copyright, etc etc, con estensioni temporali sempre più dilatate, un mondo totalmente senza proprietà intellettuale come sarebbe? Questo argomento non viene affrontato da Kinsella ed è un peccato. Io sinceramente non ho un’idea così chiara perché sono talmente immerso in un mondo di brevetti e copyright che non riesco del tutto ad astrarre un mondo diverso pensando alle conseguenze. Andando per anologia, mi viene in mente una corporazione protetta dalle leggi dello stato che ha paura della deregolamentazione e del conseguente aumento esponenziale di concorrenza e quindi diminuzione di prezzi e aumento della qualità del servizio e quindi maggior profitto per il consumatore. Come scrive Kinsella infatti, la scarsità qui è indotta dalle leggi statali. Forse un mondo senza proprietà intellettuale potrebbe essere un mondo nel quale l’ingegno nelle sue infinite manifestazioni è libero di correre senza barriere e senza vincoli e nel quale nessuno può sedersi sugli allori ed è incentivato, in maniera esponenziale rispetto a oggi, a creare sempore cose nuove e migliori.

Perché allora, ritornando all’inizio, io quando scarico una canzone mi sento intimamente un po’ ladro? Perché riconosco che una persona e/o gruppo ha speso del tempo e del denaro per creare quella canzone e io, cafone, prendo senza dare. Tralasciando gli ancora pochi gruppi (come i Das Racist) che mettono loro stessi a disposizione le loro canzoni liberamente scaricabili, la maggior parte degli artisti si sente derubata quando le loro canzoni vengono scaricate dai circuiti P2P. Tuttavia penso che la forma mentis mia e quella degli artisti sia dovuta anche a una questione generazionale, ossia per la maggior parte degli adolescenti di oggi pagare per avere una canzone è strano. Ossia la canzone non rientra nella proprietà altrui. Penso che ormai le tecnologie di condivisione ci abbiano fatto entrare di forza nel meccanismo del mecenatismo: io ottengo gratuitamente il prodotto intellettuale X e, se lo reputo valido, volontariamente finanzio l’artista perché ritengo che sia meritevole. A ben pensarci, nonostante oggi la stragrande maggioranza della musica venga “acquisita” in forme non legali, c’è sempre più musica e più artsiti in giro. Nonostante l’industria della musica sia in crisi, la musica in sé non è per niente in crisi e quotidianamente escono tonnellate e tonnellate di nuove proposte musicali.

Riallacciandosi al discorso precedente, questo può valere anche per il resto dei prodotti che rientrano sotto la proprietà intellettuale? Un mondo senza nessuna proprietà intellettuale è sostenibile così come ormai a conti fatti è diventato il mondo della musica? La proprietà intellettuale, come scrive Kinsella, non si può catalogare come vera proprietà, siamo pronti alle conseguenze?

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8 Responses to “La proprietà intellettuale è vera proprietà?”

  1. astrolabio January 25, 2011 at 1:41 pm #

    se stephan kinsella ritiene che le idee non siano un bene scarso allora farebbe bene a inventare la centrale a fusione economica e il motore a curvatura sennò è solo chiacchere e distintivo.

    in un mondo senza copyright io credo che si avrebbe l’elaborazione di strategie pre restringere l’offerta, per esempio l’uso massiccio del segreto industriale, oppure una serie di contratti tra produttori a mo di gentlemen agreement in cui le industrie si riconoscono a vicenda il brevetto (questo funzionerebbe in pochi casi però).

  2. Luca January 25, 2011 at 1:44 pm #

    sì, anche secondo me ci si tutelerebbe in quel modo.
    per kinsella “bene scarso” non vuol dire che c’è pieno di idee fantastiche :) ma che se tu dici bif e io sentendoti dico a mia volta bif, il tuo bif ce l’hai ancora

  3. astrolabio January 25, 2011 at 3:26 pm #

    tiene in conto solo i costi marginali, la cosa mi sembra intellettualmente disonesta.

    io una delle strategie che ho elaborato per restringere l’offerta, casomai avessi già un nome, è dire “ci sta un nuovo singolo/libro/film che ho fatto, lo rilascerò solo nel caso che il fondo paypal al quale potete fare donazioni in questo sito raggiunga la cifra x” ho scoperto tralaltro che un metodo praticamente identico è usato anche in siti di spogliarelliste, evidentemente ha un suo perchè.

    oppure un altro metodo potrebbe essere di distribuire la canzone in escluisiva, tipo la vendi a 3000 euri ciascuno a dieci persone e chi la compra ce l’ha per primo, a quel punto presumibilmente la distribuiranno a pagamento per meno sfruttando l’elasticità della domanda e ci faranno soldi
    e così via finchè alla fine non è gratis, praticamente paghi per ascoltarla prima di tutti gli altri, chi la vuole gratis aspetta.

  4. Alessandro Storti January 25, 2011 at 10:56 pm #

    Caro Luca, intanto molti complimenti per questo tuo bellissimo sito.
    A proposito del complesso tema affrontato in questo post, e collegandomi in particolare alla tua acuta osservazione sulla “folle degenerazione del copyright”, ti dico solo che sto discutendo via mail con -udite udite- la Regione Lombardia in merito alla pretesa della stessa di proibire l’uso del simbolo regionale della rosa camuna bianca su campo verde. Di fatto, la nostra bandiera, che però secondo la Regione sarebbe “marchio registrato”…
    Se ti interessa ti terrò informato sugli sviluppi di questa interpretazione controversa e paradossale.
    Ciao, Alex

  5. Luca January 26, 2011 at 5:07 pm #

    Oddio, addirittura il copyright sulla bandiera! :D sì sì, tienimi informato, interessante

  6. niki January 26, 2011 at 10:39 pm #

    Penso che restringeremmo di molto il numero di persone disposte a scrivere o a creare in generale.

    Gli esseri umani sono stimolati dal desiderio di creare, ma anche da quello di guadagnare. E visto che la vita costa mi sembra normale!

  7. Munny January 27, 2011 at 8:09 pm #

    Non vorrei sbagliarmi ma il copyright così come il drm tentano disperatamente di introdurre “l’escludibilità” per un bene che non ne ha. Il mio godimento di un bene non limita la tua possibilità di goderne e (pasticci del drm a parte) non è possibile escludere un utilizzatore. Quindi: risorsa illimitatamente godibile + non escludibile = non conveniente da produrre. E cosa dice l’economia per questa categoria di beni (esempio classico: i fari per le navi)? Non conosco bene questo blog ma suppongo che la risposta non ti piacerà! :D La risposta è: è economicamente ragionevole che questi beni vengano prodotti dallo stato.

    PS: In realtà non è proprio così perchè la musica porta soldi per altri canali (concerti, merchandising, ecc…)

  8. Astrolabio April 18, 2011 at 3:11 pm #

    munny, non so se leggerai questo commento e non conosco bene te, ma credo che questo commento non ti piacerà.
    Ronald Coase ha fatto strame di questo argomento, anche empiricamente ha portato innumerevoli esempi di come esistano fari privati (es nel 19esimo secolo in inghilterra), l’idea era mi sa era di samuleson che non si è preso la briga di verificare se quello che diceva corrispondesse ai fatti.

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